Un’installazione immersiva che immagina un futuro (2030–2050) fondato sul riciclo dei minerali critici, mettendo in discussione le attuali pratiche estrattive ad alto impatto. Attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale e la generazione di pattern audiovisivi, l’opera invita a ripensare i materiali utilizzati nelle tecnologie avanzate e a scoprire la bellezza del riuso.
Ispirata simbolicamente alla struttura di una sinfonia tradizionale, Regenerative Symphony porta in scena la “performance silenziosa” dei minerali critici — elementi essenziali per lo sviluppo tecnologico — trasformandoli in un coro visivo e sonoro in continua evoluzione. L’installazione mette così in luce l’armonia nascosta tra materia, tecnologia e natura, suggerendo un futuro in cui rigenerare e riorganizzare ciò che già esiste diventa più importante che estrarre nuove risorse.
Il modello algoritmico dell’opera si basa sul modello Lotka-Volterra “Predatore-Preda”, simulando le interazioni tra tre grandi settori che dipendono dai minerali critici: elettronica di consumo, energie rinnovabili e trasporto elettrico. Questi elementi sono intrecciati in un’architettura di intelligenza artificiale che rappresenta l’equilibrio ciclico e simbiotico degli ecosistemi. Tale influenza algoritmica plasma anche la componente audiovisiva, determinandone il ritmo e la coreografia in modo poetico e riflessivo. Il risultato è una rappresentazione evocativa dello scambio e del riciclo delle risorse, in cui i minerali critici diventano protagonisti di un paesaggio in continua rigenerazione.
Quest’opera è realizzata da Studio Above&Below e co-commissionata da MEET Digital Culture Center con il supporto di Area Science Park Trieste, nell’ambito di S+T+ARTS In the City, progetto cofinanziato dall’Unione Europea.
Crediti
Concept & Design: Studio Above&Below
Produzione: Studio Above&Below, MEET | Digital Culture Center
Programmazione computazionale: Tommaso Rodani, Francesca Cuturello
Partner di ricerca: Area Science Park
Sound design: Einar Fehrholz
Direttore della fotografia: Ricardo Rolandi